27th Novembre 2008

Recensione: The Definitive Guide to Plone

Nel 2003, insoddisfatto del modello di sviluppo web allora in voga (tutta la logica di applicazione nella pagina php/asp), scoprii l’application server Zope, una piattaforma web orientata agli oggetti e profondamente innovativa. Da allora ho inziato a studiare Zope che oggi, insieme al suo CMS di punta Plone, è divenuto la mia piattaforma di elezione. Purtroppo però non è tutto rose e fiori. Zope e Plone sono strumenti molto potenti, ma il loro difetto atavico è la mancanza di una documentazione per gli sviluppatori completa e omogenea. Con il passare degli anni questa lacuna è stata colmata, in particolare grazie ad alcuni libri. E’ proprio di un paio di questi libri, per me fondamentali nell’apprendimento e nell’affinamento della programmazione Zope/Plone, che voglio parlare in questo e nel prossimo post.

The Definitive Guide to Plone


Il primo libro fondamentale per la mia formazione è stato The Definitive Guide to Plone, di Andy McKay, edito da Apress. Pur essendo ormai un po’ datato (2004) è stato uno dei primi - e migliori - ad affrontare l’argomento Plone dal punto di vista del programmatore, in un panorama che all’epoca offriva molti libri (a volte davvero mediocri) rivolti soprattutto agli utenti finali. Plone però non è soltanto un CMS da mettere in mano agli utenti così com’è, ma una meravigliosa piattaforma per lo sviluppo di applicazioni complesse.

McKay inizia comunque con un’introduzione per i neofiti, toccando tematiche obbligate come l’installazione ed il primo utilizzo, fino alle più immediate personalizzazioni attraverso il web. Ma è con l’introduzione ai template, molto chiara e precisa, che il libro inizia ad essere veramente utile. Da questo punto in poi vengono sviscerati i concetti fondamentali della programmazione Zope e Plone: sicurezza, workflow, object database e ricerca degli oggetti. Importantissima la parte in cui si parla dello sviluppo dei prodotti (il gergo Zope per indicare i plugin) e del framework Archetypes per creare rapidamente nuovi tipi di contenuto. Il libro si conclude con un capitolo dedicato alla parte sistemistica di Zope (configurazione, ottimizzazione, scalabilità, ecc.), molto importante per avere un’infarinatura sul deploy della propria applicazione. Utile come reference l’appendice che riporta le API più importanti, anche se qualcuna sta diventando obsoleta.

Definitive Guide to Plone è un libro introduttivo alla programmazione Zope/Plone, ma non per questo meno approfondito. La prima parte fornirà il contesto a chi non conosce Plone, ma anche basi più solide a chi già lo conosce superficialmente, per affrontare al meglio i capitoli più corposi.

Potete trovare The Definitive Guide to Plone su Amazon. Al momento in cui scrivo il prezzo è di circa $36, che con il cambio favorevole e i costi di spedizione contenuti è davvero molto buono. Inoltre è in preparazione la seconda edizione, sicuramente aggiornata alle versioni più recenti di software e API, e che tra l’altro vede l’entrata dell’italiano Fabrizio Reale di Redomino fra gli autori.

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26th Novembre 2008

Crap Code

Crap code è un termine volgare con cui gli anglofoni chiamano il codice scritto male. In questo articolo l’autore spiega cos’è - secondo lui - il crap code, chiedendo in chiusura anche il parere dei lettori. Quella che segue è la mia idea di crap code, tenendo presente che il concetto di codice buono è soggettivo. Ma fino ad un certo punto…

  1. Le infinite catene di if/else annidati sono tra le cose che più irritano il mio senso estetico. Una moltitudine di rami decisionali, uno dentro l’altro, che formano un groviglio inestricabile per la comprensione e sono impossibili da modificare.
  2. I metodi, le funzioni o le procedure più lunghi di 20 righe, inclusi i commenti, rendono difficile seguirne il filo logico, spesso sono poco coesi (fanno troppe cose) e di conseguenza scarsamente modificabili.
  3. Il codice non commentato è un danno per gli altri, ma anche per sé. Anche se fosse codice ben scritto, una descrizione di ciò che fa dà subito un’idea sommaria che ne aiuta la comprensione più profonda. Lo stesso autore, a distanza di tempo, non può ricordarsi le idee e i ragionamenti che hanno prodotto quel codice: un commento è un messaggio d’aiuto spedito a sé stessi nel futuro.
  4. L’utilizzo sbagliato o innaturale delle strutture di controllo, per cercare la creatività a tutti i costi. Usare gli idiomi nel modo consueto facilita agli altri la lettura del proprio codice, così che non debbano spremersi le meningi per capire che quel ciclo while scandisce soltanto gli elementi di una lista dal primo all’ultimo, o che quel try/catch non gestisce un errore, ma il flusso dell’applicazione.
  5. L’abuso di flag, che conduce spesso alle catene di if/else di cui sopra e ad espressioni logiche complesse quanto inutili.
  6. Le query SQL cablate nel codice e la scansione manuale dei risultati, magari utilizzando indici posizionali (0, 1, 2, …) invece dei nomi degli attributi. Perché non usare un ORM?

L’articolo inoltre enuncia una verità inconfutabile: il crap code è sempre quello degli altri. Voi che ne pensate?

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